Strade chiede tutele per il lavoro autoriale in editoria

L’editoria libraria è la prima industria culturale del paese, ma si fonda su un modello produttivo insostenibile basato su un continuo aumento della produzione.
In questo scenario, le figure autoriali – chi scrive, traduce, disegna – sono tra le peggio retribuite e meno tutelate: da un lato, la violazione sistematica della legge sul diritto d’autore, che prevede compensi adeguati e proporzionati al valore dei diritti ceduti, impedisce l’equa distribuzione del valore generato dal lavoro; dall’altro, l’assenza di inquadramento per le mansioni autoriali comporta il mancato accesso alle tutele previdenziali e assistenziali.
Strade lotta per i diritti di traduttrici e traduttori e, restando in ascolto di chiunque voglia difendere la dignità del lavoro di chi i libri li crea, lancia alcune rivendicazioni chiave per il pieno riconoscimento di autrici e autori: la contrattazione collettiva, una legge sulle mansioni autoriali, politiche culturali per il lavoro editoriale.
SOVRAPPRODUZIONE
Con 3,5 miliardi di fatturato, l’editoria libraria è la prima industria culturale del paese, ma si fonda su un modello produttivo insostenibile: il continuo aumento della produzione, reso possibile dal basso costo del lavoro e da politiche culturali inadeguate.
In Italia si legge sempre di meno, ma si pubblica sempre di più: circa 85mila nuovi titoli l’anno, il triplo che negli anni Ottanta, a fronte di quote di invenduto tra un quarto e la metà del totale per quasi metà degli editori (dati AIE e ISTAT più recenti). Sono i ritmi produttivi imposti dai grandi gruppi editoriali, che da soli controllano gran parte della distribuzione e più di due terzi del mercato. Inoltre, l’uso opportunistico dell’IA generativa, che oggi funziona grazie al furto del lavoro di autrici e autori, non può che accelerare questa tendenza, con gravi ricadute in termini di costo sociale, ambientale, culturale.
In assenza di interventi strutturali a correzione dei meccanismi di mercato, la spesa pubblica si disperde in sussidi diretti e indiretti alle imprese, incentivi al consumo e tax credit: misure che non tutelano chi lavora, insufficienti a ridurre il prezzo di copertina, inefficaci contro l’abuso di posizione dominante dei grandi gruppi e utili soltanto a tenere in piedi un sistema che vacilla appena arrivano inesorabili i tagli.
CRISI
Alle prime avvisaglie di calo nelle vendite, si levano lamenti sulla crisi del settore, spesso imputandone la colpa agli italiani che non leggono abbastanza. Per fortuna, non manca chi fa notare il prezzo medio di copertina e il difficile accesso agli spazi culturali, scarsi e mal distribuiti sul territorio nazionale.
Ma se ci si ferma a considerare soltanto l’aspetto dei consumi, si rischia di cadere nella contraddizione moralistica di lettrici e lettori al contempo colpevoli e vittime della povertà culturale del paese e della fragilità di un intero comparto industriale. Per recuperare la dimensione strutturale del problema, serve assumere il punto di vista del lavoro.
Se il lavoro fosse pagato quanto vale, le imprese sarebbero portate a investire su pochi titoli scelti, invece di farsi concorrenza sulle quantità: alzare compensi e salari, allora, non è solo nell’interesse di chi lavora, ma anche di chiunque nella sovrapproduzione veda un problema. Invece, il lavoro povero si incontra in tutti gli anelli della filiera, e lo sfruttamento è una pratica diffusa tra imprese che competono sullo stesso mercato.
ALL’ORIGINE DELLA FILIERA
In questo scenario desolante, le figure autoriali – chi scrive, traduce, disegna – sono tra le peggio retribuite: chi lavora prevalentemente in diritto d’autore in media non raggiunge i 12mila euro l’anno (dati Redacta), molto al di sotto delle medie di colleghe e colleghi europei.
Da un lato, la violazione sistematica della legge sul diritto d’autore, che prevede compensi adeguati e proporzionati al valore dei diritti ceduti, impedisce l’equa distribuzione del valore generato dalle opere; dall’altro, l’assenza di inquadramento per le mansioni autoriali comporta il mancato accesso alle tutele previdenziali e assistenziali.
Nell’ambito delle lotte per il lavoro – quello della filiera, quello culturale e quello di chiunque dia tempo e competenze per il profitto altrui – bisogna porsi il problema del riconoscimento di chi i libri li crea e svolge un compito fondamentale per la società e la cultura. Strade si adopera a tal fine per conto di traduttrici e traduttori e si mette in ascolto di qualunque realtà disposta a lottare, su questi presupposti, per una più equa distribuzione del valore generato dal lavoro autoriale in editoria, per la dignità del lavoro di chi sta all’origine della filiera.
PER IL PIENO RICONOSCIMENTO DEL LAVORO DI AUTRICI E AUTORI EDITORIALI, SERVONO:
1) LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA
Traduttrici, illustratori, scrittrici, fumettisti ecc. sono figure di lavoro autonomo essenziali per la produzione editoriale, eppure, in un settore dove il costo del lavoro è tra i più bassi del paese, sono le peggio remunerate, a fronte di un prezzo di copertina comunque molto alto.
La contrattazione della categoria non può pesare su singoli e singole, sotto minaccia della concorrenza: per uniformare le prassi contrattuali e per applicare pienamente il diritto d’autore e del lavoro, serve estendere il CCNL di settore alle figure autoriali dell’editoria.
2) UNA LEGGE SULLE MANSIONI AUTORIALI
Il lavoro autoriale è all’origine dell’intera produzione libraria del paese e richiede lunghi tempi di realizzazione e competenze altamente qualificate. Eppure, per il mercato e per lo Stato non è un lavoro.
Per garantire libertà di parola e stampa e al contempo dare piena cittadinanza sociale a chi vive del proprio lavoro autoriale, serve il riconoscimento normativo della figura dell’autore su committenza, per cui l’opera è innanzitutto frutto di lavoro e fonte di reddito.
3) POLITICHE CULTURALI PER IL LAVORO EDITORIALE
Con l’attuale sistema di incentivi e sussidi, la spesa pubblica a sostegno della produzione libraria si disperde tra le imprese, pesando sul contribuente e tenendo in vita un modello produttivo insostenibile, basato sullo sfruttamento del lavoro.
Servono interventi strutturali per promuovere la bibliodiversità in un’editoria sana, attenuando lo strapotere dei grandi gruppi e mettendo al centro il lavoro e la formazione, affinché a chiunque voglia leggere in lingua italiana sia garantito un accesso libero e democratico al libro e alla lettura.